5 aprile 2011

invito_storni

Alfonsina Storni (1892-1938), nata nella Svizzera Ticinese e vissuta in Argentina da quando aveva quattro anni, è una delle voci fondanti dell’espressione femminile del Novecento, insieme all’uruguayana Juana de Ibarbourou e alla cilena Gabriela Mistral, in seguito primo premio Nobel ispanoamericano. Alfonsina seppe costruire un discorso poetico intenso e personale, nato dall’emozione – «non so scrivere diversamente», si giustificava – ma controllato stilisticamente con intelligenza e dimestichezza con le forme espressive dell’epoca, dal simbolismo e postmodernismo alle proposte più dirompenti dell’avanguardia. Non ancora trentenne venne insignita prima del Premio Municipale di Poesia e poco dopo del Premio Nazionale di Letteratura. Non sopportava le gerarchie della società patriarcale e disprezzava le donne sottomesse, che chiamava “pecore”, mentre con fierezza si autodefiniva “lupa”. Amata dal grande Horacio Quiroga, sentiva come lui i “disagi della civiltà” e come lui aspirava a ritornare nella natura in una comunione assoluta e redentrice. Come lui inoltre, per evitare l’umiliazione e la sofferenza di una malattia incurabile, scelse il suicidio. La sua tragica morte, in un momento in cui era già molto apprezzata dalla critica specialistica e molto ammirata a livello popolare, servì a intensificare l’aura leggendaria che la circondava.
La raccolta Senza rimedio (Irremediablemente, 1919), scritta in soli tre mesi, segna il punto più alto nella prima fase della sua evoluzione poetica. Si pubblica completa per la prima volta in italiano, accuratamente presentata, corredata da note esplicative e tradotta da Rosaria Lo Russo e Lucia Valori.
da Senza rimedio (Irremediablemente, 1919)

Introduzione e note di Lucia Valori – Versione di Rosaria Lo Russo e Lucia Valori
Postfazione di Martha Canfield
Le Lettere, «Latinoamericana», Firenze 2010
(illustrazione di copertina di Miguel Fabruccini)

OYE

Yo seré a tu lado silencio, silencio,
Perfume, perfume, no sabré pensar,
No tendré palabras, no tendré deseos,
Sólo sabré amar.

Cuando el agua caiga monótona y triste
Buscaré tu pecho para acurrucar
Este peso enorme que llevo en el alma
Y no sé explicar.

Te pediré entonces tu lástima, amado,
Para que mis ojos se den a llorar
Silenciosamente, como el agua cae
Sobre la ciudad.

Y una noche triste, cuando no me quieras,
Secaré los ojos y me iré a bogar
Por los mares negros que tiene la muerte,
Para nunca más.

SENTI

Io sarò al tuo fianco silenzio, silenzio,
profumo, profumo, non saprò pensare,
non avrò parole e non desideri,
saprò solo amare.

Quando l’acqua cadrà monotona e triste
cercherò il tuo petto per poter cullare
questo peso enorme che porto nell’anima
e non so spiegare.

Ti chiederò allora compassione, amore,
perché i miei occhi si mettano a piangere
silenziosamente, come cade l’acqua
sopra la città.

E una notte triste, quando non mi amerai,
mi asciugherò gli occhi e andrò a vogare
nei mari neri che domina la morte,
per l’eternità.

HOMBRE PEQUEÑITO

Hombre pequeñito, hombre pequeñito,
Suelta a tu canario que quiere volar…
Yo soy el canario, hombre pequeñito,
Déjame saltar.

Estuve en tu jaula, hombre pequeñito,
Hombre pequeñito que jaula me das.
Digo pequeñito porque no me entiendes,
Ni me entenderás.

Tampoco te entiendo, pero mientras tanto
Ábreme la jaula que quiero escapar;
Hombre pequeñito, te amé media hora,
No me pidas más.

UOMO PICCINO

Piccolo uomo, piccolo, piccino,
lascia il canarino che vuole volare.
Sono io l’uccellino, uomo piccolo,
lasciami saltare.

Sono stata dentro la tua gabbia, uomo
piccino, uomo piccino che in gabbia mi metti.
Ti chiamo piccino perché non mi capisci,
né mi capiresti.

Neanch’io ti capisco, però nel frattempo
aprimi la gabbia che voglio scappare;
uomo piccino, ti ho amato quel tanto,
non chiedermi altro.


FRENTE AL MAR

Oh mar, enorme mar, corazón fiero
De ritmo desigual, corazón malo,
Yo soy más blanda que ese pobre palo
Que se pudre en tus ondas prisionero.

Oh mar, dame tu cólera tremenda,
Yo me pasé la vida perdonando,
Porque entendía, mar, yo me fui dando:
«Piedad, piedad para el que más ofenda».

Vulgaridad, vulgaridad me acosa.
Ah, me han comprado la ciudad y el hombre.
Hazme tener tu cólera sin nombre:
Ya me fatiga esta misión de rosa.

¿Ves al vulgar? Ese vulgar me apena,
Me falta el aire y donde falta quedo.
Quisiera no entender, pero no puedo:
Es la vulgaridad que me envenena.

Me empobrecí porque entender abruma,
Me empobrecí porque entender sofoca,
¡Bendecida la fuerza de la roca!
Yo tengo el corazón como la espuma.

Mar, yo soñaba ser como tú eres
Allá en las tardes que la vida mía
Bajo las horas cálidas se abría…
Ah yo soñaba ser como tú eres.

Mírame aquí, pequeña, miserable,
Todo dolor me vence, todo sueño;
Mar, dame, dame el inefable empeño
De tornarme soberbia, inalcanzable.

Dame tu sal, tu yodo, tu fiereza.
¡Aire de mar!… ¡Oh tempestad! ¡Oh enojo!
Desdichada de mí, soy un abrojo,
Y muero, mar, sucumbo en mi pobreza.

Y el alma mía es como el mar, es eso,
Ah, la ciudad la pudre y la equivoca;
Pequeña vida que dolor provoca,
¡Que pueda libertarme de su peso!

Vuele mi empeño, mi esperanza vuele…
La vida mía debió ser horrible,
Debió ser una arteria incontenible
Y apena es cicatriz que siempre duele.

DI FRONTE AL MARE

Oh mare, mare enorme, cuore fiero,
cuore cattivo, ritmo disuguale,
sono più dolce del povero legno
che marcisce nelle onde prigioniero.

Mare dammi la collera tremenda:
ho passato la vita perdonando.
Perché capivo, mare, fui donando
«Pietà, pietà a colui che più m’offenda».

Volgarità, volgarità mi opprime.
Ah, l’uomo e la città m’hanno comprata.
Voglio da te collera innominata:
la missione di rosa m’ha stancata.

Lo vedi quel meschino? Mi fa pena,
mi manca l’aria e resto dove manca.
Io vorrei non capire, ma non posso:
è la volgarità quel che m’intossica.

Mi sono impoverita perché abbuia
il capire, perché capire soffoca.
Benedetta la forza della rocca!
Io ho un cuore simile alla schiuma.

Mare, io sognavo d’esser come te
nelle sere lontane in cui s’apriva
nelle ore più intense la mia vita,
mare, sognavo d’esser come te.

Guardami adesso, misera, piccina,
mi vince ogni dolore ed ogni sogno.
Mare, concedimi il compito ineffabile
di diventare altera, irraggiungibile.

Dammi il tuo iodio, il sale, la violenza,
aria di mare e la tempesta e l’ira:
me derelitta, io sono un fuscello,
soccombo, mare, muoio di pochezza.

E la mia anima è il mare, è proprio quello.
Ah la città la corrompe e confonde;
piccola vita, causa di dolore,
che possa liberarmi del fardello.

Voli l’impegno, voli la speranza!
Un’arteria la mia vita terribile
doveva essere, incontenibile.
È a stento cicatrice e duole sempre.